Coronavirus, in Olanda la gara a salvare i fiori che nessuno compra

Il crollo di un mercato che vale il 5% del Pil. Un’azienda che ha cominciato ad acquistare bulbi per dipendenti e iniziative solidali è stata copiata da altre mille imprese.

Mille aziende olandesi hanno comperato fiori olandesi al tempo del coronavirus. Per evitare che finissero «al macero». Un milione di gambi e bulbi salvati e poi donati: ai dipendenti, agli ospedali, alle case di riposo. Una bella iniziativa organizzata, che ha il plauso del governo e l’incoraggiamento della ministra dell’Agricoltura Carola Schouten che manda un invito su Twitter: «Comprate un mazzo di fiori, per voi o per qualcun altro». Anche per gli europei del Sud? 

Solidarietà di petali e umani. I fiori in Olanda sono una bellezza e una ricchezza. Un’industria che copre metà del fabbisogno mondiale e il 77% dei bulbi venduti globalmente. Le destinazioni principali delle rose e dei tulipani coltivati nei Paeisi Bassi includono i vicini europei (più o meno vicini e indebitati): Germania, Francia, Italia, Regno Unito. A causa del grande lockdown, per i vivaisti il commercio si è ridotto del 60-70%. Le perdite si aggirano già sui 2 miliardi di euro, secondo le stime della cooperativa Royal Flora Holland, la più grande casa d’asta floreale del pianeta che ogni anno smercia 12 miliardi di fiori e piante. In un mese i ricavi sono calati dell’85%, per un business che a livello nazionale dà lavoro a 150mila persone e vale 6,7 miliardi di euro all’anno (il 5% del Pil).

Un’emergenza nell’emergenza. Tonnellate di fiori, se non proprio buttati via, comunque trasformati in materiale da compostaggio e biomassa. Un piccolo strazio nello strazio della pandemia, che in Olanda ha superato i mille morti. Racconta alla radio americana Npr il signor Daniel van de Nouweland, titolare della Marjoland, che «è difficile guardare le macchine mentre triturano le nostre rose». Ne marciscono 150mila al giorno, su una superficie pari a 32 campi di calcio. 

Il calcio è fermo e pure le rose si buttano. Un peccato. Perché di questi tempi avremmo bisogno di più ventilatori, certo, ma anche di profumi. Un tocco di colore e di primavera anche negli spazi angusti. E così, tre settimane fa, il manager di un’azienda olandese, la Van der Ende, che produce pompe nel villaggio di Maasdijk a est di Rotterdam, ha avuto l’idea di comprare fiori per regalarli a dipendenti e amici. E di organizzare il passaparola sul Web. Lo schema oggi si è allargato a mille imprese, racconta al Guardian Michiel Brockhus, per un totale di un milione di fiori comprati. «E vogliamo ingrandirci». Le persone sono invitate a mostrare i loro acqusiti sui social. Gli hashtag su Twitter: #BuyFlowersNotToiletPaper. Più crisantemi, meno carta igienica. All’appello hanno risposto, racconta Brockhus, anche alcune ditte in Canada, Germania, Regno Unito. L’Italia? Non risulta.

Sui libri è raccontata «la bolla dei tulipani» del 1637, forse la prima grande crisi finanziaria della storia, quando ad Amsterdam si arrivò considerare i bulbi di quei fiori multicolore alla stregua degli odierni «future». Il gioco dei prezzi al rialzo (la gente vendeva i mobili per assicurarsi il diritto a comprare le varietà più pregiate) portò a un crollo generalizzato dell’economia. Nella crisi che colpisce il mondo oggi, i tulipani sono erba straccia. Bello allora comprarli e regalarli. Ricordando che non ci sono solo i produttori e i fiori olandesi. Dall’Italia al Kenya all’Etiopia, in questi giorni milioni di steli e di petali vengono distrutti o finiscono in mangime per animali (come accade in Africa). Ma ci servono anche loro, per superare la tristezza da coronavirus. Pane, fiori e ventilatori.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *